È online “Le brasiliane”, primo estratto-anticipazione dell’lp “Pianobar dalla fossa” di prossima uscita.
Musiche: Humpty Dumpty.
Testi: Stefano Zuccalà.
LA STESSA STORIA
“Ogni domenica mattina mi ritrovo con una minchia di cose da fare. Devo accompagnare mia madre in chiesa. Non esce più da sola, dopo la morte di papà. Dice che le fanno paura gli uomini. Che solo papà poteva metterle le mani addosso, o prenderla a schiaffi. Non so che fare, è impazzita. Allora, dicevo. Devo accompagnarla in chiesa. Poi raggiungere la nostra casa in campagna per vedere come stanno le cose. Tirare via le erbacce, innaffiare i fiori sotto la veranda. Mia madre dice che anche fuori stagione, quando la casa è vuota, bisogna ugualmente tenerla su. È una fissazione. Finito il mio giro mi fumo una canna. Ma dico, ti sembra vita questa? Da quando è morto mio padre non ho un attimo di respiro.”
Filippo dice questo tutto d’un fiato.
Col viso che deflagra.
Sarebbe inutile aggiungere qualche parola di circostanza.
Le vene che gli affiorano sulla fronte sono fiumi in piena.
Non c’è argine che tenga.
Poi fortunatamente nel bar entra Zorro.
Zorro è un cinquantenne ritardato mentale che fuma solo col bocchino.
Zorro ha i capelli sempre imbrillantinati.
Il naso a becco.
Ha una radiolina con cui segue le partite di calcio, è fissato con una squadra dalla bandiera a due colori e la sua vita rimpalla tra le sponde di quei due colori.
Gli occhi di Zorro non appartengono a questo mondo, sembra che vengano fuori dal magma agitato dentro la sua testa.
Filippo osserva Zorro e allora riesce a distrarsi, ricomincia con quella sua risata forzata, esagerata.
A quel punto io guardo l’orologio, nella speranza che Giacomo arrivi al bar quanto prima.
Per lasciare Filippo piantato lì, a raccontare la stessa storia a qualcun altro, poi a qualcun altro, poi a qualcun altro.
A raccontare la stessa storia senza nemmeno aver cura di rimescolare i dettagli, per renderla più attraente.
“Ti sembra vita questa? Dimmelo, sincero. Ti sembra vita? Ma non ho perso la speranza. Continuo ad invocare la fortuna, ed incrocio le dita fino a stritolarmele.”
Tieni in conto le rovine.
Ed i cuori accarezzati da una pioggia
che non dice più niente.
A quanto pare, in questa parte del mondo
si scambiano immagini e parole come pani
che non saziano da quando abbiamo fame
solo della fame.
Sembriamo non avere sostanza.
Lo sanno i romanzieri di grido.
Lo sanno i giornalisti che corteggiano
catastrofi e tragedie da leccare
in un ultimo sussulto di reale.
Tu tieni in conto le bombe, anche se lontane.
I reni da svendere, le crisi, le news finanziarie.
A quanto pare nella eco del collasso
ritroviamo qualche forma di emozione.
Fuori del privato, s’intende.
Ma un mondo allargato in percezione
non si riempie, non bastiamo mai.
C’è una piazza investita dal vento a raffiche.
Ci sono poche panchine.
Cappelli che corrono come coriandoli.
Giacche come vele gonfie di vita, dell’ultima spinta.
C’è una ragazza che si ferma all’angolo, indecisa se imboccare una strada o continuare diritto.
Le vetrine intanto si offrono alla sera.
La loro luce è finta, ma abbiamo bisogno di questo.
E abbiamo bisogno dei giorni che si sporgono alla fine di dicembre.
Giorni buoni per dimenticare.
Giorni buoni per battere le carte, come nomi da rimescolare.
Fingendo sia un gioco, e niente di più.
Alla fine so che qualcuno dovrà tagliare il mazzo, e qualcun altro dovrà ricomporlo.
Forse sarò io il cartaio.
Dimenticando una possibilità, ne spargerò a decine.
Sarò felice di trattenere nella mano la tensione sospesa tra la vincita e la perdita.
L’attimo in cui ogni vita, in apnea, non ha ancora intrapreso una strada e ne immagina mille.
Ma sarà un attimo, appunto.
Poi le dita scivoleranno rapide a comporre un disegno.
Tutto infine sarà compiuto.
Malgrado noi.
Le notti di Deserta, sono silenziose e immobili. Dopo mezzanotte le finestre aperte, o chiuse (in fondo è lo stesso) si affacciano su un buio che non contempla possibilità di preghiera. Un buio fermo, termine ultimo del rinculo, del contraccolpo del rumoreggiare diurno.
I temporali sono rari, qui. Sono sciabolate che non intaccano la sostanza di argilla rappresa del cuore di questo luogo. Le strade, a modo loro, resistono – chi ci vive lo sa bene, e anche il mio occhio insonne, affogato di voci azzittite, sa che esiste una sola parola, una sola parola visibile, di notte: silenzio.
L’unica eccezione significante, sono i violini. I violini delle due del mattino. I violini, i feroci colpi di archetto sul selciato, sono le auto degli ubriachi che certe volte, nelle strette piazze o dove lo spazio consente, si producono in sgommate volute e prolungate, ripetute.
Fumo una sigaretta, mi metto ad ascoltare: pochi minuti fingendomi il brivido di chi, sgasando e poi schiacciando sul freno, prova a darsi una qualche emozione, la sensazione stupida di una libertà che non avrà mai. L’idea di possedere la notte di Deserta – o la vita, è lo stesso – solo per qualche breve, maledetto istante.
Ma ciò che resta è solo puzza di bruciato.
Rubo i colori
che non mi hanno mai avuto.
Sconto le promesse
che ho fatto e mantenuto.
Ho le linee delle mani
che si mischiano e fondono
per non dovere valutare
la durata di una vita
virata al silenzio e al terremoto.
Ho le tasche sicure
come gabbie di ricordi che battono
la testa sul ferro – sangue a secchiate per
emorragie di stronzate.
L’ho capito stanotte.
Sono uno sporco davanzale
che non crede nella pioggia
nemmeno quando scoppia il temporale.
Ragazze minorenni con la gonna bianca rimbalzano morbide sulla musica.
Il proprietario del locale, da dietro il bancone, controlla che tutto fili liscio.
Osserva i clienti seduti ai tavolini, pronto a sguinzagliare le cameriere.
Dà un’occhiata alla pista da ballo, per qualche secondo agita la testa a ritmo.
In su e in giù, come a dare l’assenso.
Andrea mi raccontava della sua nuova vita.
Del suo primo lavoro, dopo la laurea.
Dell’affitto da tagliarsi i polsi.
Andrea diceva: “Sono qui in vacanza. Posso permettermi di fare il coglione.”
Sugli scogli, a qualche decina di metri, c’è una coppia che si bacia.
Ieri è piovuto, si è aperto un nuovo capitolo.
Ma prima di voltare pagina, non ho visto il numero.
Una ragazza di colore, bellissima, tacchi alti, aliena, distribuisce volantini per una serata in discoteca.
Si muove tra i tavolini schivando gli sguardi assetati di un altro umido.
Non l’umido di questo caldo finto hawaiano.
L’altra sera.
Non qui.
Da un’altra parte.
Una tromba d’aria ha creato il panico per qualche minuto.
Ci buttava la sabbia in faccia.
Lontano continuava a tuonare.
È stato un avvenimento decisivo, ve lo assicuro.
Mesi fa lei mi ha scritto: “Quando tornerò, troverò tutto esattamente come prima. Sarà la solita nostra felicità.”
Da quando al bar hanno portato via il biliardo, non riusciamo più a sopportare la prima ora della serata.
Non riusciamo a star fermi.
Ma dobbiamo star fermi.
Ad aspettare che qualcuno tiri fuori un’idea buona dal cilindro.
Come un coniglio da sgozzare, perché il sangue colori di rosso il buio dei dopocena autunnali.
Alitiamo qualche parola che ci intrattenga, per non piombare in un silenzio travestito da profondità.
Fumiamo qualche sigaretta.
Restiamo ancorati.
Gli altri avventori sghignazzano divertiti tra loro, hanno un loro limite e dentro vi si installano senza imprecisioni.
Combaciano con se stessi.
Non come noi.
Tasselli di un puzzle a cui qualcuno ha sforbiciato i margini, gli incroci.
Senza il biliardo, al bar, siamo costretti ad esserci.
Negli ultimi tempi era diventato l’unico modo per restarcene in disparte.
Pur essendo lì dentro, tra quelle pareti, in realtà eravamo fuori, da qualche altra parte.
Non abbiamo nemmeno giocato l’ultima partita, coscienti che fosse l’ultima.
Ma questo succede quasi sempre.
Per tutto.
Ad esempio: quando io e Paola ci siamo dati l’ultimo appuntamento, eravamo convinti che ce ne sarebbero stati altri.
Poi qualcosa ci ha persi per sempre.
Al nostro arrivo, abbiamo trovato la sala deserta.